|


|
 |
Federico Caprilli nacque a Livorno
il 7 Aprile 1868: suo padre Enrico era livornese,
mentre la madre, Elvira Rossi, era pisana. La
famiglia era piuttosto benestante: il nonno
paterno era un agiato commerciante, e un antenato
era stato un famoso e ricchissimo fornaio livornese.
Federico crebbe però a Roma, e
già da adolescente preferiva impegnare
il proprio tempo nell'attività fisica,
magari all'aria aperta: a causa di una scarsa
attitudine agli studi nel 1881, a soli 13 anni,
entrò nel Collegio Militare di Firenze:
del resto lui stesso aveva più volte
manifestato il desiderio di intraprendere la
carriera militare. Nell'autunno del 1896, concluso
il 5° anno del Collegio Militare, Caprilli
fu accettato alla Scuola di Modena come aspirante
alla Cavalleria; alcuni anni dopo fu nominato
Sottotenente in Piemonte Reale Cavalleria.
Il suo iter di apprendimento alla Scuola non
aveva registrato esiti brillanti: Caprilli infatti
non riusciva al meglio proprio in quegli esercizi
di equitazione che erano considerati più
prestigiosi, in quanto male si adeguava alle
tecniche dei "compassati movimenti in cavallerizzo"
perché intimamente era gi ribelle a
quella vetusta concezione del binomio cavallo-cavaliere.
L'Alta Scuola allora in auge aveva finito
per sclerotizzarsi attorno ad alcuni schemi
di pratica equestre tesi esclusivamente alla
rappresentazione di un'estetica del cavalcare:
e se ricamare figure in sella era lo scopo che
la tradizione imponeva di perseguire, ecco che
pure le regole e la tecnica non potevano non
creare un grosso equivoco circa il rapporto
tra cavaliere e cavallo. Infatti per ottenere
determinati risultati di stile si sottoponeva
l'animale ad estenuanti esercizi, per nulla
contemplati dall'insieme delle leggi naturali
che ne regolano il movimento: il tutto in uno
stato di vera e propria coercizione.
Anche nel salto, prima di Caprilli il sistema
prevedeva che il cavaliere assumesse una postura
impeccabile nella forma, con il busto eretto,
leggermente proteso all'indietro: la posa era
rigida, e l'incollatura serrata, e costringeva
il cavallo a saltare con il muso quasi rivolto
al cielo. Caprilli intuiva che molto c'era
da fare, nella pratica, per raggiungere
una tecnica di equitazione che fosse in grado
di sfruttare appieno e liberare integralmente
le potenzialit&grave del cavallo.
L'occasione propizia per sperimentare a fondo
quelle intuizioni si presentò nel 1891,
quando Caprilli cominciò a Parma
il Corso Magistrale di Cavalleria, sotto la
guida di Paderni: fece tesoro degli insegnamenti
sull'equitazione di Campagna, passaggio fondamentale
per la formulazione del suo "sistema" d'equitazione,
fondato sullo studio del movimento dell'animale
in libertà.
Caprilli e i cavalli
Il primo cavallo che ebbe l'onore di avere
in groppa il bellissimo Caprilli - o Caprillone
come lo chiamavano affettuosamente gli amici
a causa della sua notevole statura - fu Bertone,
della scuderia della famiglia: Federico aveva
sì e no 17 anni, e fu clamorosamente
disarcionato. L'infelice esperienza non lasci
nel futuro cavaliere provetto nessuna diffidenza
verso la razza equina, anzi nacque una passione
sincera per questi animali: l'attenzione, la
dedizione al cavallo, e la voglia di conoscerne
i segreti furono le fondamenta su cui Caprilli
costruì il suo rivoluzionario metodo
di equitazione: egli amava i cavalli,
ne studiava i movimenti nella loro dinamica,
indagava la loro "personalit" con cura ed impegno.
Nel descrivere una tipica reazione dei cavalli
costretti a ripetere determinati esercizi previsti
dall'Alta Scuola Caprilli parla di "disgusto",
"sofferenza", "ribellione" dimostrate dai poveri
animali. Nella sua fase di studio dedicata al
comportamento dei cavalli Caprilli elesse
a momento clou quello del salto degli ostacoli,
poiché il salto rappresentava per il
cavallo l'esercizio pi problematico, a causa
della difficoltà di trovare il giusto
equilibrio. E sarà proprio grazie agli
eccellenti risultati ottenuti nel salto che
Caprilli potrà affermare le sue idee
innovative: il sistema formulato da Caprilli
era veramente rivoluzionario, in quanto capovolgeva
quel tradizionale rapporto Cavaliere-Cavallo.
Nella sua teoria il cavaliere doveva adeguarsi
rigorosamente alla naturale dinamica dell'animale
in movimento, e non il contrario; da un punto
di vista strettamente tecnico, il cavallo doveva
assumere in sella un livello calcolato di "morbidezza",
tale da assecondare l'andatura del cavallo:
le redini dovevano essere allentate, il morso
(allora una vera e propria macchina della tortura)
sostituito con un semplice filetto snodato e
la staffa notevolmente ridotta in lunghezza,
perch il cavaliere doveva scaricare il proprio
peso solo sulle gambe e quasi "scomparire" dal
dorso del cavallo.
Per dare un'idea immediata della distanza che
separava il vecchio sistema da quello caprilliano
possiamo evidenziare alcuni dati: in un concorso
ippico a livello nazionale, svoltosi nel 1893,
il concorrente che si aggiudicò il primo
premio aveva saltato 1,10 mt.; nel 1902 Caprilli,
applicando il suo metodo, riuscì a far
saltare a Melopo un ostacolo posto a 2,08 mt.
d'altezza e naturalmente fu il Record mondiale.
|