Dedicato a d'Annunzio

 

 

 

Gabriele d’Annunzio, a differenza della maggior parte dei suoi contemporanei, non lo si poteva affatto classificare sportman esclusivamente per la foggia del suo abito o per le sue cravatte opportunamente acquistate a Londra, in Burlington Arcade: il Poeta era al contrario un atleta provetto e un ferreo sostenitore della pratica sportiva.(...) D’Annunzio praticò, più o meno regolarmente, diverse discipline: scherma, nuoto, canottaggio, vela, bicicletta, lotta, salto, tennis, tiro a segno e naturalmente l’equitazione alla quale dedicò moltissimo del suo tempo e pagine sparse nella sua vasta produzione letteraria. Sin dalla sua prima giovinezza partecipò alle cacce a cavallo organizzate nelle campagne romane, passione che lo accompagnerà un po’ ovunque nel suo lungo peregrinare, persino oltralpe durante l’esilio in Francia. Le biografie più autorevoli ci descrivono però un d’Annunzio cavaliere non proprio stabile in sella: spesso infatti finiva disarcionato ed i suoi capitomboli erano tanto rinomati quanto frequenti. E’ curioso anche il fatto che il giovanissimo d’Annunzio, ansioso di procacciarsi notorietà, ideò un’ingenua boutade: lasciò infatti trapelare la falsa notizia del suo trapasso avvenuto in seguito ad un ferale quanto emblematico “volo” da cavallo. Le cadute segnarono comunque con una matita leggera le giornate trascorse all’aperto ed alcune delle sue pagine più belle, come nel romanzo Il Piacere, del 1895, in cui il protagonista, Andrea Sperelli, pur balzando violentemente di sella, con un guizzo di reni si rimette prontamente in corsa tagliando per primo il traguardo. (...)
In Egitto, dove si era recato al seguito della tournée di Eleonora Duse, sua amante in quel tempo, acquistò un cavallo arabo di nome El Nar, ma d’Annunzio volle ribattezzarlo “ Ardore pieghevole del deserto, compagno di libertà senza vie”. La storia d’amore che lo legò all’attrice ebbe inizio nel 1895 (...). Anch’essa pazza per i cavalli , trascinò così tanto l’amante in questa passione, che il carteggio del periodo si addensa di riferimenti costanti ai “figli del vento”, perché è così che d’Annunzio amava chiamarli.
In questi anni si registrano anche una serie di visite che il Poeta riservò alla città labronica. D’Annunzio aveva conosciuto Livorno da giovanissimo, quando cioè il critico letterario livornese Giuseppe Chiarini lo invitò presso di sé per un colloquio da maestro ad allievo. Passarono degli anni prima che vi ritornasse nei panni di autore affermato. (...) D’Annunzio frequentò anche l’Ippodromo d’Ardenza: ne è stata tramandata la notizia oralmente attraverso il ricordo dei veterani della Società di Corse e ci è giunta persino una foto, datata 1907, che lo ritrae nel ring ardenzino in compagnia di una cara amica , la duchessa Massari. In questa fase della sua vita in cui prevalgono ozi, cavalcate e ricevimenti mondani lo ritroviamo, nel 1908, insieme a Mascagni, nella lista degli invitati di maggior prestigio al ricevimento organizzato in onore del Principe di Battemberg, da Guido Chayes, Socio fondatore della Società di Corse, e amico del letterato. Della serata esiste un’ampia documentazione oltre che nelle pagine locali, nelle riviste satiriche molto in voga all’epoca. Per chiudere presentiamo qui di seguito un piccolo brano tratto dal romanzo Il Piacere, in cui ben si evidenzia la confidenza e la conoscenza diretta che d’Annunzio poteva dimostrare nei confronti dei campi di corse, augurandoci che alla sua stesura possano aver contribuito anche le animate tribune dell’Ippodromo d’Ardenza.
"La tribuna si ripopolava rapidamente, già che il segnale della terza corsa era prossimo. Le dame salivano in piedi sui sedili. Un mormorio correva lungo i gradi, simile a un vento sopra un giardino in pendio. La campanella squillò. I cavalli partirono come un gruppo di saette.
- Correrò in onor vostro, Donna Ippolita - disse Andrea Sperelli all’Albònico, prendendo congedo per andare a prepararsi alla seguente corsa, ch’era di gentiluomini. - Tibi, Hippolyta, semper!
[...] - Sperelli è caduto - annunziò a voce alta la contessa di Lùcoli.
Mallecho, infatti, saltando, aveva messo un piede in fallo su l’erba umida ed erasi piegato sulle ginocchia, rialzandosi immediatamente. Andrea gli era passato dal collo, senza danno; e con una prontezza fulminea era tornato in sella [...].
"
G. d’Annunzio, Il Piacere.